sabato, 29 settembre 2007

La strada scorreva veloce davanti ai suoi occhi sempre coperti da spessi occhiali che le nascondevano gran parte del suo luminoso viso. Irriverenti e superbi picchi rocciosi sospesi al cielo controllavano la selvaggia valle sottomessa. L'occhio faceva fatica a reggere lo sguardo di questi terribili despoti che incutevano terrore e suggestione indescrivibili. La notte precipitava inesorabile offuscando i solitari villaggi montani. La macchina ora viaggiava più lentamente non perché non fosse ben visibile la strada, semplicemente perché non era più così chiara la meta del viaggio. Quello spettale silenzio avrebbe fatto digrignare i denti a qualunque essere umano. Lei non sentiva nulla. Il ghiaccio non reggeva il confronto. Intangibile era la sua presenza, senza vita sembrava il suo cuore, i suoi arti, la sua mente. Dalla sua leggera scollatura si intravedevano marchiate sulla sua limpida pelle poche lettere dai contorni indefiniti. Sophie. Anche il suo nome era intangibile. Leggiadra come un soffio di vento che silenzioso corre tra le nuvole scure di tempesta. I fari squarciavano il buio scoprendo il vecchio cartello usurato dove il tempo aveva reso illeggibile il nome. Era proprio quello che lei stava cercando. Voleva un luogo dove la vita rimasta fosse la minima possibile. La macchina si fermò sul lastricato della piazza. Sophie si guardò intorno e vedendo le sdentate e mal ridotte case dove il tempo era passato furioso senza ostacoli, fu attraversata da una turgida soddisfazione. Cercò un luogo spoglio dove la luce dei lampioni non aveva mai portato dimora. Scese con lentezza. Cominciò a camminare nel buio. Impercettibile era l'attrito dei suoi passi sulla terra, come dei suoi arti attraverso l'aria gelida. Un soffice vento sibilava il suo nome, come un presagio. Sulle sue spalle una sottile borsa si confondeva con le tenebre. Era lo stretto necessario per il lavoro di quella notte...

helena

Fermò i suoi passi. Sophie era di fronte al primo obbiettivo. Era una casa, come le altre del paese, dalla forma molto stravagante, come sono le case fatte da se. Tirò fuori il grimaldello che facilmente ebbe ragione di quella vecchia serratura martoriata dalla ruggine. Una saetta lunare strappo il buio all'apertura della porta accompagnando Sophie che la chiuse dietro di se. Una vecchia cucina l'accolse e in quell'immonda quiete si potevano quasi sentire gli abituali sferragliamenti che avevano oramai impregnato i muri. Una ripida scala saliva verso dei profondi rantoli. Arrivò in cima senza usura. Si avvicinò alla camera della vecchia ed entrò. La vide nel letto sola e inerme nel letto simile ad un vassoio di panna, soffice e pieno di coperte. Il suo respiro così rauco e farraginoso che irrispettoso disturbava l'equilibrio della notte, diede molto fastidio a Sophie che sopportava mentre montava il silenziatore. Puntò al cuore. Taceva. Poi di colpo urlò:

“Svegliati per l'ultima volta!”

lo sparo fulmineo vibrò nell'aria e anche l'ultimo respiro smise di infastidire la notte.
Sophie andò via veloce e decisa come una folata di vento lasciando dietro di se quell'orrendo spettacolo di morte. Non provava rimorso, credeva che in quella casa dopo la sua visita non fosse cambiato niente. Per lei era una missione, liberare tutti quei animali in letargo dal loro insopportabile fardello di vita. Sophie era cresciuta simile a un'erbaccia in una famiglia che al massimo inciampava nella sua presenza. Il padre era un intellettualoide dell'apparenza. Troppo preoccupato che un giorno qualcuno avesse potuto metterlo in difficoltà su qualche nozione per pensare ad altro. Senza rendersi conto che la sola domanda “come sta tua figlia?” sarebbe bastata.
Per la madre era diverso. Lei semplicemente temeva Sophie. Vedeva il demonio in lei. Questo solo perché nacque una settimana in ritardo di venerdì tredici. Quella fatale coincidenza filtrata dalla sua ignoranza e dalle sue credenze religiose venne interpretata come un presagio di sventura. Dio aveva voluto avvertirla. Sophie crebbe senza vedere mai un'emozione e di conseguenza non ne provava. Affatto. Arrivò davanti alla seconda casa e ancora una volta non ebbe difficoltà ad entrare. La sua inconsapevole vittima dormiva placidamente. Era un uomo, il suo volto, arato dagl'anni, non esprimeva più nulla. A fianco al letto giaceva il bastone di legno che denunciava ancora di più la sua debolezza. Sophie puntò la sua falce in dritta verso l'epicentro. Attendeva prendendo dei profondi respiri, la mano era ferma, il suo cuore ora rallentava. Risuonò nell'aria la sua sentenza poi un sibilo riportò la quiete.
La campana suonava le due. Solo lei ad ascoltarla stupendamente a suo agio nelle fredde tenebre. Continuava a portare il suo messaggio casa per casa, uomo per uomo, donna per donna, oscurando tutto quello che incontrava. Sul suo splendido viso non vi era traccia di pentimento. Rimaneva oramai solo l'ultima vittima. Entrò.
L'ultimo tassello del suo puzzle era un uomo di circa 80 anni, la sua stanza era sporca e era facile intuire che mai una donna vi avesse messo piede. Vestiti, scarpe e cianfrusaglie dominavano beffandosi di un qualsiasi ordine razionale. Quello strano caos la scosse. E mentre la vite del silenziatore si serrava nella pistola, dal profondo buoi che permeava la stanza emersero due fari bianchi raggianti di sangue e per nulla intorpiditi dal sonno. Sophie rimase immobile sperando che l'oscurità l'aiutasse. Quegl'occhi si muovevano lenti ma risoluti nel buio. D'improvviso si fermarono. Lei era pietrificata, quasi non respirava. L'uomo si leccò le labbra inaridite mentre una lacrima gli scendeva sulle guance. Sapeva benissimo dove lei fosse ma non la guardava. “Lo sapevo che saresti arrivata! È da tanto che ti aspetto...” Sophie era impassibile mentre lui continuò  “..ma se devo essere sincero non ti credevo così bella. Ora ti prego, fai il tuo sporco ma necessario lavoro mia cara, non fare che le mie tenui parole diluiscano i tuoi intenti. Nella tua attesa troppo tempo, troppe volte ho rattoppato la mia vita. Ora ti prego fai che essa si spezzi come è giusto che sia. Ti prego solo di scusarmi se non ho il coraggio di guardanti in faccia, o Morte”.
Sophie premette il grilletto. Questa volta senza alcun rituale. Sentì il bisogno di scappare via di là. Aveva di colpo perso tutto il suo sangue freddo. Corse a perdifiato verso la sua macchina. L'accese e scattò via tra quelle curve, mentre l'aurora lentamente illuminava il suo orribile capolavoro.



postato da: valoski alle ore 10:43 | Permalink | commenti (4)
Commenti
#1    12 Novembre 2007 - 14:14
 
ciao ragazzi!! scusate l'ignoranza.., ma il racconto è di PIergiorgio, il racconto "Sophia" dico, no perchà lo stile è il suo. Bello bello, niente da dire, mi ha emozionata leggerlo, e credo sia il criterio più valido questo per qualificare un racconto. Se jamais je me suis trompè e nn si tratta di un brano di Piergy, vogliate perdonarmi. Vi abbraccio....ps: presto metterò qualche mio lavoretto sul blog, spero che apprezzerete, bacio!!
utente anonimo

#2    16 Novembre 2007 - 18:09
 
solo per dire che il racconto l'ho scritto io....grazie per i complimenti

ciao, valerio(valoski)
utente anonimo

#3    17 Novembre 2008 - 05:15
 
hey è morto questo blog?
aaaaaaa
la vera vita è assente !!!
noi non siamo al mondo
o si?
utente anonimo

#4    17 Novembre 2008 - 05:17
 
allora sto blog è ancora vivo?
sarebbe interessante conoscervi
kome fare
giallupo@hotmail.it
e voi?
a il mio nome è artuto bandini
ma per voi gianluca
ciao belli
utente anonimo

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